La guerra delle olive
La rumorosa battaglia virtuale sul cosiddetto "Piano di disimpiego" (smantellamento degli insediamenti e ritiro dell'esercito dalla striscia di Gaza) nasconde alla maggior parte degli israeliani un'altra guerra molto reale che si sta svolgendo non lontano dalla west bank. Da tre anni ormai i campi di olivi durante la stagione autunnale del raccolto, dietro la linea verde, sono diventati campi di battaglia. La guerra delle olive (come è stata denominata dai media israeliani) inizio' nel 2002.

Dopo l'operazione Scudo difensivo, i contadini palestinesi subirono per la prima volta ingenti danni ad opera dei coloni, senza che l'esercito intervenisse. Furti di olive ebbero luogo sotto gli occhi di tutti. Con l'inizio della costruzione della barriera di separazione antichi alberi di olivo molto produttivi, fonte di sostentamento di intere famiglie palestinesi, divennero piante ornamentali nei giardini di ricchi israeliani, alla stregua di piante esotiche. A quell'epoca questi fatti facevano ancora notizia, ed i media riportarono numerose dichiarazioni di condanna dell'operato di coloni e militari. Zeev Shiff, corrispondente militare di Ha'aretz, solitamente ben informato, scrisse :"L'esercito privato dei coloni ha cominciato a sostituirsi alla legge, in dispregio delle forze regolari dell' IDF."("l'esercito dovrebbe porre fine ai saccheggi", Ha'aretz, 30 ottobre, 2002). Il giornale israeliano di orientamento conservatore maggiormente diffuso Yedioth Aharonot dedico' un'intero supplemento a questo argomento dopo aver inviato un suo corrispondente che si fece assumere come bracciante giornaliero, per la raccolta delle olive in un insediamento. Egli descrisse nei dettagli tutto cio' che avveniva: ai contadini veniva negato l'accesso ai loro campi, la raccolta veniva fatta dai coloni, servendosi di lavoratori tailandesi; l'olio veniva spremuto dalle olive rubate e venduto in Israele. Gli alberi dei palestinesi, nelle vicinanze degli insediamenti, venivano bruciati o abbattuti. Un altro giornalista scrisse un servizio sull'itinerario degli alberi che venivano sradicati con il pretesto della costruzione dela barriera di separazione: intraprendenti proprietari di vivai si sceglievano le piante migliori (molte delle quali erano state piantate all'epoca dei romani) e andavano via con la "merce" da vendere ai loro clienti.Non e' esagerato affermare che queste notizie scioccarono i lettori israeliani piu' delle notizie delle uccisioni o delle persone ferite, o delle sofferenze inflitte a causa della barriera. Nella mentalità dei cittadini comuni, ogni cosa associata alle attività miltari e al muro di separazine rientra nella categoria della "Sicurezza dello Stato", quindi non criticabile.Ma quando le persone vengono derubate dei frutti del loro lavoro, quando olivi millenari vengono sradicati al cospetto di contadini inermi, beh tutt oquesto e' difficile da giustificare con ragioni di sicurezza. La campagna mediatica del 2002 non ha cambiato nulla; e non solo la situazione non e' migliorata , ma e' divenuta ancora piu' difficile e confusa. Oggi siamo stati in un villaggio (Beit furik) a pochi kilometri da Nablus ed abbiamo assistito alla sistematica opera di smantellamento che l'esercito compie di buon ora a scapito delle "baracche" di fango e mattoni che i contadini posseggono. Per gli accordi di Oslo del 93 quella parte del paese è zona C quindi sotto totale controllo amministrativo israeliano, pertanto tutti i contadini che ci abitano da generazioni sono costretti a vivere l'incubo dell'incertezza.




La loro forza d'animo è ammirevole, ci dicono che la terra è loro e che ricominceranno a ricostruire e a piantare olivi. L'unico mattone rimasto intatto è una piccolissima moschea che costeggia una scuola ormai distrutta anche quella, probabilmente l'esercito lascia intatti i luoghi sacri per timore di ripercussioni mediatiche anche internazionali o perche' la costruzione della moschea era preesistente alla data degli "accordi di spartizione". Lo scenario è brullo, il caldo e' torrido, sembrerebbe la provincia di Bari o l'Umbria se non fosse per gli alberi d'olivo bruciati e sradicati che testimoniano quanto la situazione e' peggiorata dal 2002. Ammassi di mattoni e lamiere sparsi a gruppetti come cumuli di polvere descrivono l'accanimento di uno Stato nel capillare tentativo di raggiungere i propri scopi.. Oggi i contadini hanno pianto e vi assicuro non è rassicurante assistere alle lacrime di un adulto stanco e tremante. L'ufficio centrale della sicurezza israeliana ICO avvisa con anticipo di una settimana tramite fax le piccole comunità municipali della zone che devono inevitabilmente costringere i propri cittadini a sgomberare le proprie baracche.... per evitare danni anche alle persone!!! Per un contadino che abita in uno dei nostri paesi, che si affacciano sul Mediterraneo, l'olivicultura e' alla base della vita. La raccolta delle olive era come una festa che durava un mese e mezzo: per quel periodo la famiglia si trasferiva in pratica nel proprio appezzamento. Un buon raccolto di olive era l'annuncio di un anno di abbondanza e riforniva intere industrie. La raccolta nella coscienza nazionale palestinese ha acquisito un significato sia pratico che simbolico negato dalla brutale interferenza con i ritmi e dallo sconvolgimento di un ordine stabilito da generazioni.Cio' e' percepito come una catasrofe nazionale, come morte di una cultura. La comunita' internazionale non puo' e non deve restare sorda a tutto questo!
